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News from Rosa Spina

June 11, 2010

Rosa Spina is an artist who lives and works in Catanzaro, Calabria, and here is some material about her recent exhibitions.

Il sito web è www.arterosaspina.com

Sabato 29 maggio 2010 presso la Galleria Zamenhof, via Zamenhof 11, Milano,

vi sarà la presentazione dei cataloghi “La materia è il colore” e “Terza dimensione“,

a cura di Paolo Levi e Virgilio Patarini, Editoriale Giorgio Mondadori.

Nelle migliori librerie da giugno 2010.

Opere di Stefano Accorsi, Walter Bernardi, Alberto Besson, Esa Bianchi, Marta Boccone, Grazia Borrini, Anna Maria Bracci, Carlo Ambrogio Crespi, Siberiana Di Cocco, Marie Es-Borrat, Giulio Greco, Ezio Mazzella, Maurizio Molteni, Guido Oggioni, Luigi Profeta, Raffaele Quida, Alessandro Rossi, Rosa Spina, Fabrizio Trotta, Lyudmila Vasilieva.

Rosa Spina a Milano

LA MATERIA E’ IL COLORE

Quando la materia diventa colore (e viceversa) (Dalla prefazione del catalogo)

Questo progetto editoriale (e la relativa mostra, ndr) si fonda su di una voluta ambiguità.

Si tratta di un´ambiguità che si annida innanzitutto nel titolo e che poi striscia di pagina in pagina, di autore in autore, di quadro in quadro, inoculando di tanto in tanto il suo distillato velenoso. Ma lo scopo di questa sorta di avvelenamento, che con un pizzico di immodestia potremmo definire `ermeneutico´, non è quello di uccidere il fruitore, nè di annichilire le sue facoltà vitali, sensoriali, intellettive, ma al contrario di condurlo in uno stato di percezione leggermente alterato, solleticando quelle facoltà, allo scopo di suggerire una visione leggermente differente, forse `sottilmente´ differente, di quella che comunemente si intende, da più di mezzo secolo, come `Pittura Informale´.

Nel corso dei mesi di preparazione del volume ogni volta che abbiamo parlato del progetto con un artista che si pensava di coinvolgere, al nostro interlocutore il titolo pareva sempre chiarissimo. Se si trattava di un pittore che praticava una pittura astratta fondata sulla forza del colore, costui, ponendo l´accento sul secondo termine del titolo, ovvero `il colore´, traduceva il tutto come se l´oggetto fulcro di attenzione del progetto fosse, appunto, il colore. Come se il titolo significasse: `la materia´, ovvero `l´argomento´ trattato da questo libro `è il colore´. Viceversa se si trattava di un artista che dipingeva quadri spiccatamente `materici´, utilizzando materiali non convenzionali, egli intendeva il titolo come se si dicesse: `la materia viene utilizzata al posto del colore´.

In effetti entrambe le interpretazioni sono accettabili, tant´è che nello scorrere le pagine di questo volume si potranno facilmente individuare esemplari di entrambe le `razze´ di pittori, oltre ad un gruppetto di `ibridi´ che costituiscono a tutti gli effetti una sorta di trait d´union tra i due differenti ceppi principali.

Tanto per essere chiari, appartengono al gruppo dei `coloristi´ puri: Stefano Accorsi, Walter Bernardi, Alberto Besson, Ezio Mazzella, Lyudmila Vasilieva. Quelli che potremmo definire `materici´ puri (che utilizzano materie meno convenzionali) sono invece: Marta Boccone, Anna Maria Bracci, Siberiana Di Cocco, Guido Oggioni, Luigi Profeta, Rosa Spina, Fabrizio Trotta (anche se quest´ultimo appartiene, con opere diverse, a pieno titolo anche al primo gruppo). Per così dire `a metà strada´ si attestano invece: Esa Bianchi, Grazia Borrini, Carlo Ambrogio Crespi, Marie Es-Borrat, Giulio Greco, Maurizio Molteni, Alessandro Rossi, Raffaele Quida.

Il fatto è che dopo l´irruzione sulla scena artistica di `pittori´ come Alberto Burri, Antoni Tapies,

Jean Fautrier e tanti altri protagonisti del cosiddetto `Informale´ il concetto di quadro, di `opera pittorica´ è profondamente cambiato.

Fatta eccezione, infatti, per i cinque che abbiamo definito `coloristi puri´, gli altri quindici artisti qui selezionati si muovono, in un modo o in un altro, sulla scia dei summenzionati Maestri europei, approfondendone temi, materiali, idee. Alcuni sperimentando nuove, inconsuete materie. Altri sviluppando spunti compositivi e perfezionando la perizia esecutiva nell´utilizzo di materiali già entrati nella vulgata informale (tela di sacco, sassi, ferro, ecc.). Ma quale che sia l´approccio, dimenticatevi l´olio su tela. O l´acrilico su tavola. O su carta. Stoffa, legno, gesso, argilla, pietre, intonaco, ferro, carta, vetro, corda, plastica, perline colorate, spezie, liquirizia: sono queste alcune delle “materie” di cui si compongono le opere di questi quindici artisti, riportate su tela, su tavola, o avvoltolate su telai oppure utilizzate per realizzare bassorilievi. È un tripudio di quello che in linguaggio tecnico si definirebbe “tecnica mista”. Anche se poi è talmente preponderante e “significante” la scelta dei materiali utilizzati che è impossibile usare questa generica dicitura convenzionale (“tecnica mista”) senza provare un moto profondo di ribellione e un´esigenza di precisione nella descrizione. Anche perchè la scelta dei materiali è in questo caso termine dialettico essenziale nel processo di creazione. E l´azione dell´artista ci appare maieutica.

Come si diceva sembrano far eccezione Accorsi, Bernardi, Besson, Mazzella e Vasilieva. Ma ad una attenta analisi appare evidente come costoro, in effetti, utilizzino l´olio su tela con tecniche e soluzioni stilistiche tali da trasformare a loro volta il colore in materia inconsueta, spiazzante. Specie se considerati accanto agli altri autori più `materici´. Ed ecco che la giustapposizione dei diversi gruppi di opere e artisti ci rivela un´altra piccola `verità´, una piccolissima verità che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi e che forse anche per questo non abbiamo mai visto: anche i `colori ad olio´ sono `materia´.

Oltre a ciò possiamo osservare come in tutti gli artisti selezionati prevalga una certa essenzialità, non solo nella scelta dei materiali, e nel rigore del loro utilizzo, ma anche nella composizione e nell´utilizzo del colore. Non è un caso che affiorino così frequentemente disegni essenziali e forme talvolta vagamente archetipiche, che contribuiscono non poco a fare di questi quadri o sculture delle opere “originarie” oltre che “originali e costituiscono poi la base armonica grazie alla quale la materia di cui è fatta l´opera può, per così dire, “cantare”.

Ecco, sì. È questo che fanno questi artisti qui radunati: come antichi sciamani, con opere che sono al tempo stesso totem e piccoli templi e arcani incantesimi, fanno “cantare” la materia. Virgilio Patarini

comunicato stampa. Facendo tesoro dell’eredità di Burri e Fautrier, ma non disdegnando contaminazioni e riferimenti al retaggio poverista di Calzolari, o al Color Field Painting americano, spesso indagando la forza e la capacità evocativa di materiali non pittorici, non sempre consueti, talvolta spiazzanti, utilizzati per ‘fare pittura’: dalla foglia d’oro al cemento, dalle spezie al legno, al ferro, a pezzi di vetro colorato, agli stracci, al bitume. Sempre con consapevole, ricercata raffinatezza di esecuzione tecnica, oltre che con grande forza ideativa e compositiva.

Quando la materia diventa colore (e viceversa)
(Dalla prefazione del catalogo)
Dimenticatevi l’olio su tela. O l’acrilico su tavola. O su carta.
Pur essendo quadri le opere selezionate per questo progetto editoriale ed espositivo, ciò che gli autori hanno utilizzato per comporre le loro opere è quasi sempre, soprattutto, altro. La tela o la tavola restano. Qualche volta solo il telaio. E qualche volta vengono usati anche i colori ad olio e gli acrilici, o i più classici pigmenti mischiati a qualche diluente. Ma quasi nessuna delle opere in oggetto può definirsi “olio su tela”, o “acrilico su tavola”.
Stoffa, legno, gesso, argilla, pietre, intonaco, ferro, carta, vetro, spezie: sono queste alcune delle “materie” di cui si compongono le opere di questa mostra. Riportate su tela, su tavola, o avvoltolate su telai oppure utilizzate per realizzare bassorilievi. È un tripudio di quello che in linguaggio tecnico si definirebbe “tecnica mista”. Anche se poi è talmente preponderante e “significante” la scelta dei materiali utilizzati che è impossibile usare questa generica dicitura convenzionale (“tecnica mista”) senza provare un moto profondo di ribellione e un’esigenza di precisione nella descrizione.
E allora precisiamo: (…) argilla o gesso mischiato a sassi, bende, pelle e pigmenti ricoprono le tele o le tavole della giovane svizzera Marie Esborrat e del salentino Raffaele Quida; impasti simili ad intonaco bianco grigio nero sono spatolati ad ampie campiture sulle tele per essere poi graffiati come da piccoli rastrelli dal comasco Maurizio Molteni che fa affiorare sottostanti vibrazioni cromatiche; (…) il milanese Carlo Ambrogio Crespi utilizza vecchi telai serigrafici che ricopre con impasti grumosi e monocromi su reticoli neri di catrame; la marchigiana Anna Maria Bracci utilizza piccole tessere irregolari di vetro colorato e brandelli di tela di juta; anche il toscano di adozione Giulio Greco utilizza la tela di juta, mentre Rosa Spina realizza dei ‘defillage’, reinterpretando l’arte della tessitura vera e propria (quella del telaio, della trama e dell’ordito)e il calabrese Fabrizio Trotta arriva al punto di utilizzare addirittura spezie come i chiodi di garofano per coprire la superficie delle sue tele. Fanno eccezione Stefano Accorsi, Alberto Besson e pochi altri che tuttavia utilizzano l’olio su tela con tecniche e soluzioni stilistiche tali da trasformare a loro volta il colore in materia inconsueta, spiazzante. E costituiscono, per così dire, il rovescio della medaglia. (…)
Eppure alla fine quello che vediamo sono quadri. Quadri dipinti più con materie e materiali vari che con colori, ma comunque quadri. Quadri informali, per la precisione. (Anche se, sempre per amor di precisione, quasi nessuno andrebbe definito “quadro”, ma più propriamente “bassorilievo”).
In tutto ciò è impossibile non scorgere due aspetti diversi, ma forse in qualche misura complementari: innanzitutto l’utilizzo sistematico di materie prime “naturali”; in secondo luogo il recupero sistematico del fecondo retaggio di grandi maestri degli anni cinquanta come il Burri dei sacchi e dei cretti, il Manzoni degli acrome, il Tapies dei ferri: si tratta in fondo del medesimo “approccio” che ora questi artisti contemporanei, a distanza di mezzo secolo, recuperano con intelligenza, coscienza critica e sapienza tecnica. Sapienza tecnica, oltre tutto, in tecniche per lo più di loro invenzione e comunque sempre in qualche modo “originali”. E spesso coscientemente “originarie”.
Oltre a ciò osserviamo come in tutti costoro prevalga una ricerca assoluta di essenzialità, sia nella scelta dei materiali (e nel rigore del loro utilizzo) che nella composizione e nell’utilizzo del colore. Non è un caso che affiorino così frequentemente disegni essenziali e forme talvolta vagamente archetipiche, che costituiscono poi la base armonica grazie alla quale la materia di cui è fatta l’opera può, per così dire, “cantare”. E questo contribuisce non poco a fare di questi quadri o sculture delle opere “originarie” oltre che “originali”.
Ecco, sì. È questo che fanno gli artisti radunati in questo progetto espositivo ed editoriale: come antichi sciamani con opere che sono al tempo stesso totem e piccoli templi e arcani incantesimi fanno “cantare” la materia.
I vetri e i brandelli di juta di Anna Maria Bracci cantano l’epopea di un arcaico mondo contadino. (…). I muri di Molteni, Quida ed Esborrat cantano un canto a due voci: sotto una coltre ossessiva, avvolgente come quella delle nostre città si sente la struggente melodia della natura soffocata. Le tele di Accorsi e Besson emanano luci ipnotiche, sono epifanie di un’anima sospesa. I reticoli di Crespi ci raccontano l’alienazione metropolitana. I legni e le stoffe di Giulio Greco e le tessiture di Rosa Spina eseguono ammalianti cantilene che girano in tondo, come danze d’incantesimo, o salgono a forza come gridi di lacerazione. E i quadri di Trotta non solo “cantano” canzoni del nostro quotidiano, ma alcuni di essi addirittura, letteralmente, “profumano”. E profumano di un mondo perduto. Ed altri ancora nascono per essere toccati, manipolati dal fruitore, che diviene così, letteralmente, “co-autore” dell’opera.
I lavori di Trotta, così espliciti e decisi nel muovere in questa direzione, ci aiutano a meglio comprendere ciò che anche gli altri artisti implicitamente sottendono: le opere di questa mostra non vanno solo guardate, ma anche e soprattutto toccate, annusate, scosse, fatte suonare, ascoltate… Insomma affrontate con tutti e cinque i sensi, vissute con tutti i sensi, in modo attivo, partecipe, poiché non sono solo opere d’arte, ma anche e forse soprattutto oggetti rituali, arredi sacri per un rito collettivo e catartico che ci faccia superare, attraversare, sciogliere i vincoli della pesantezza, dell’alienazione post-moderna, della routine quotidiana metropolitana, del “logorio della vita moderna”, per ascendere ad una dimensione più profondamente umana, ancestrale, trascendentale.
Virgilio Patarini

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One Comment leave one →
  1. June 15, 2010 8:09 am

    Ringrazio per l’nserimento degli eventi in Italia nel sito web. Un sito importante, con artisti scelti, e con finalità di ricerca e progetti.

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